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Lug 0725

La morte negli ospedali

Pubblicato da Stefano Quaranta alle 12:45 in Organizzazione del lavoro


Un'indagine in tutti gli ospedali d'Italia per verificare come si muore. Questa la risposta del ministro della Salute Livia Turco di fronte a casi come quello di Piergiorgio Welby o Giovanni Nuvoli.

"Sento il dovere - ha detto in diretta dallo studio di 'Stella ', il programma di Maurizio Costanzo su SkyVivo - di fare una verifica. Voglio un'indagine nelle nostre strutture per consentire a tutti di morire in modo dignitoso, e garantire ai malati la massima assistenza". Turco parla di eutanasia e riconosce il diritto di ogni cittadino all'autodeterminazione, anche quando questa porti alla morte "ma solo se si ha la coscienza di aver fatto davvero tutto. Nella  malattia - spiega il ministro - le persone sono più fragili, esposte e hanno bisogno dell'altro. Bisogna accompagnare il malato sempre e in ogni momento, con il massimo di cura, vicinanza, presenza e  amorevolezza. Se poi - aggiunge - nonostante questa assistenza la persona, come ha deciso Welby, vuole interrompere il trattamento, allora - chiarisce - va rispettata la sua volontà". Per chiarire i termini della questione, Turco ribadisce di essere "contro l'eutanasia. Ma - precisa - c'è una grande differenza tra l'eutanasia e il rispetto della volontà del malato, prevista dall'articolo 32  della nostra Costituzione. Dove si riconosce al paziente il diritto di esprimere il proprio parere sui trattamenti sanitari. Anche rifiutandoli". Una libertà che però Turco sottolinea "non significa attivare un processo di interruzione della vita, come l'eutanasia".

Da DoctorNews 

Giu 0713

Testamento biologico impossibile in un paese medioevale!

Pubblicato da Stefano Quaranta alle 10:45 in Classe medica


Non serve una legge sul testamento biologico, perché "nulla deve intervenire nelle dinamiche della relazione medico-paziente, meno che mai una rigida previsione legislativa che verrebbe a violentare l'autonomia e la responsabilità dei contraenti, gli unici in possesso di tutti gli elementi per una scelta eticamente, civilmente e tecnicamente giusta". E' quanto afferma in una nota il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) Amedeo Bianco, riferendosi alle proposte di legge sul tema prossime all'esame del Senato. Bianco, nella nota, si esprime anche sulla vicenda di Mario Riccio, il medico che ha 'staccato la spina' a Piergiorgio Welby e per cui il Gip, rigettando la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero, ha disposto nei giorni scorsi l'avvio del procedimento penale.

"Non mi sorprende - dice Bianco - la decisione del giudice, che ancora una volta mette in evidenza un'irrisolta asimmetria del nostro ordinamento a cui la magistratura liberamente si ispira: da una parte, tutela il principio costituzionale dell'autodeterminazione del paziente, compresa la possibilità che questi possa rifiutare cure salvavita, dall'altra il principio di indisponibilità del bene vita. L'Ordine di Cremona, deputato alla valutazione della responsabilità deontologica di Riccio si è già pronunciato - prosegue - ritenendo che il suo operato è stato conforme al rispetto della volontà di Welby, capace e informata, di interrompere una terapia, e senza alcun rilievo deontologico. Ho ufficialmente condiviso questo orientamento perché nel nostro codice deontologico non ci sono equivoci - prosegue il presidente della Fnomceo - ma tre secchi no: all'eutanasia, all'abbandono terapeutico e all'accanimento terapeutico. Ma c'è anche un responsabile sì al rispetto del principio di autodeterminazione del paziente. Questa responsabilità è tutta da ricondurre all'interno della relazione medico paziente: tale relazione è unica e irripetibile, nel momento in cui rappresenta non solo un'alleanza sulle scelte terapeutiche - conclude - ma una consapevole condivisione di valori etici, di prospettive, di sofferenze e speranze".

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Giu 07 7

Burn-out della medicina generale!

Pubblicato da Stefano Quaranta alle 10:08 in Classe medica


Una recente indagine ha dimostrato in un campione di medici di medicina generale italiani alti livelli di burn out nel 30% circa dei casi, misurati mediante il questionario Maslach Burnout Inventory che considera tre dimensioni indipendenti della sindrome: esaurimento emotivo, depersonalizzazione della risposta agli utenti e grado di realizzazione personale (5).

Il rischio di burn out per i medici operanti nel SSN è spesso la conseguenza del cronico squilibrio tra richieste degli utenti e risorse personali, tra aspettative di ruolo e compiti effettivi, tra necessità di rispondere, in modo integrato e in tempi utili, a bisogni complessi e difetti di comunicazione tra operatori o carenze organizzative strutturali aziendali (1).

Gli effetti a lungo termine di uno stress lavorativo continuo possono essere rappresentati dal fatto che medici, precedentemente motivati e impegnati a svolgere il proprio lavoro con competenza e partecipazione, manifestino invece demotivazione, disimpegno, distacco emotivo, cinismo, rigidità di pensiero, deficit di assertività sfociante in conflitti interpersonali, destrutturazione del senso di efficacia personale, inadeguata gestione del tempo di lavoro, ansia, somatizzazioni e depressione (1).

Il medico affetto da burn-out è spesso un paziente che vive in solitudine i suoi disturbi, incapace di uscire dal suo ruolo professionale e chiedere aiuto per timore del giudizio dei colleghi.

La prevenzione del burn out si fonda principalmente sulle seguenti consapevolezze ed azioni personali (2):

  • Conoscere le proprie motivazioni personali per il lavoro scelto e farlo convinti del suo valore, per se stessi e non solo per gli altri;
  • Conoscere e accettare i propri limiti nel lavoro e coltivare aspettative realistiche;
  • Collaborare e confrontarsi in modo costruttivo con i colleghi, gli altri operatori e gli utenti;
  • Affrontare i problemi cercando le soluzioni realistiche più utili, senza vittimismi e conflitti;
  • Gestire il tempo di lavoro organizzato per priorità;
  • Trovare un equilibrio tra spazi professionali e privati, tra sacrifici e gratificazioni, in modo da considerare positivo il proprio bilancio finale.

Se il medico non ha cura di se stesso, rischia di non riuscire più ad avere cura degli altri.

Tuttavia, la prevenzione del burn-out non dipende solo dalla pur necessaria personale capacità di gestire le difficoltà (3), ma anche dal grado di realizzazione personale sia in funzione dell’ottimizzazione dell’organizzazione di lavoro e delle qualità motivanti della leadership aziendale (4) e sia in funzione della qualità delle relazioni familiari e sociali.

Diversi studi (5) hanno riconosciuto come fattori protettivi per il rischio di burn-out lavorare insieme a collaboratori (colleghi, infermiera, segretaria), lavorare meno di 40 ore settimanali, avere meno di mille assistiti, lavorare in un contesto urbano, svolgere attività di tutor o docente in medicina generale, avere oltre 50 anni d’età verosimilmente correlabile con aspettative più realistiche sul lavoro, avere figli. Svolgere attività esclusiva di medico di medicina generale sembra essere un fattore protettivo per il rischio di esaurimento emotivo, ma un fattore di maggior rischio per la realizzazione personale.

Bibliografia

  1. Baiocco R:“Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto”, Erickson ed
  2. Bernstein GS: “Io, operatore sociale – Come vincere il burn-out”, Erickson ed
  3. Cyrulnik B: Costruire la resilienza”, Erickson ed
  4. Covey SR: “L’ottava regola”, Franco Angeli ed.
  5. Padula MS: “Il burn-out nei medici di medicina generale”, SIMG 1 febbraio 2007, 3-9.
Fonte UNIVADIS
 
Nota personale dell'autore: Il burn-out dei medici di famiglia, a differenza di quello di cui soffre chi lavora in area critica (rianimazione, emergenza territoriale, pronto soccorso), ha origini non dalla natura stessa del lavoro ma dall'approccio al lavoro che i medici hanno assunto negli ultimi anni, auto-assegnandosi un ruolo di impiegato burocrate, che si è sempre più allontanato dal ruolo centrale e fondamentale che è quello del medico di famiglia.
Giu 07 5

Medici di famiglia stressati?

Pubblicato da Stefano Quaranta alle 13:45 in Classe medica


Medici di famiglia sempre più stressati e vittime di disagi psico-fisici legati alle difficoltà professionali: dallo 'svuotamento' delle risorse emotive e personali, con la sensazione di non aver più niente da offrire a livello psicologico, alla 'depersonalizzazione', ovvero lo sviluppo di atteggiamenti negativi di distacco, cinismo e ostilità. Fino a problemi legati alla sensazione di scarsa realizzazione personale. Disturbi che, però, colpiscono meno i camici bianchi che insegnano, che fanno i tutor e che hanno una segretaria o che comunque non lavorano da soli. Ad analizzare i 'disturbi professionali' dei medici di famiglia uno studio realizzato all'università di Modena sui camici bianchi e della cittadina, condotto da Maria Stella Padula, presidente della Simg Modena e professore a contratto di Medicina generale nell'ateneo modenese. Uno studio che sarà ulteriormente approfondito nei prossimi mesi per valutare anche l'impatto della personalità del medico sull'efficacia delle cure offerte ai pazienti.

"In pratica - spiega Padula - cercheremo di capire se a pazienti curati meglio corrispondono medici meno stressati. Lo faremo incrociando interviste di camici bianchi e pazienti, per studiare l'eventuale relazione tra le personalità dei pazienti e quelle dei medici". Obiettivo della ricerca già realizzata, invece, è quello di valutare nei camici bianchi l'impatto del 'burn-out', una sindrome tipica nei medici e, in generale, nelle persone che si prendono cura degli altri, caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione, riduzione delle capacità personali. I dati hanno confermato la gravità del problema, con livelli di prevalenza dei diversi disturbi paragonabili a quelli segnalati nei medici di medicina generale europei e italiani. In sintesi: la maggior parte dei professionisti modenesi è risultata emotivamente esaurita, circa la metà presenta livelli medio-alti di depersonalizzazione, ma più del 50 per cento conserva un buon grado di realizzazione personale. In particolare, in base a questionari ad hoc a cui ha risposto il 10,5 per cento dei medici modenesi, il 37,5 per cento degli intervistati presenta livelli alti di esaurimento emotivo, il 33,9  per cento livelli moderati, il 28,6 per cento bassi. Il 26,8 per cento presenta livelli alti di depersonalizzazione, il 28,6 per cento moderati, il 44,6 per cento bassi. Scarsa realizzazione personale, invece, viene denunciata dal 8,9 per cento dei professionisti intervistati mentre nel 35,7 per cento è a livelli moderati e nel 55,4 per cento bassi.

Meno stressati, in generale, i professionisti che insegnano o fanno da tutor, una possibilità reale a Modena dove, nella Facoltà di medicina è attivo l'insegnamento di Medicina generale con il coinvolgimento dei medici del territorio. Ma anche quelli che possono avvalersi di collaborazione: di una segretaria, di un'infermiera, oppure di un gruppo di medici in associazione. Sta meglio anche chi lavora in città. "Chi fa il tutor , segue uno studente oppure condivide il suo lavoro con altri - spiega Padula - si sente meno in posizione di 'secondo piano' rispetto al medico dell'ospedale che ha possibilità di carriera. E' anche stimolato ad aggiornarsi e non vive in condizione di isolamento. Credo che, nonostante i numeri consistenti sul malessere, ci siano dei dati positivi da cogliere. La professione del medico di famiglia sta cambiando, in particolare in aree come la nostra dove c'è una organizzazione avanzata per le cure primarie, con le cooperative, i dipartimenti, l'insegnamento. Iniziative che si stanno diffondendo sul territorio nazionale e che 'proteggono' i medici dallo stress professionale"

 

Da doctornews 

Mag 0730

Progetto europeo per telemedicina domiciliare

Pubblicato da Stefano Quaranta alle 08:00 in Organizzazione del lavoro


Si è conclusa la prima fase del progetto europeo sulla telemedicina 'Medical Care Continuity '.
Dal 2005 l'Unione europea cofinanzia con 1 milione e 200.000 euro l'accordo italo-franco-belga-polacco, con l'obiettivo di valicare dal punto di vista del mercato un modello di ospedalizzazione a domicilio, grazie alla telemedicina. Oggi, al centro congressi e rappresentanza Villa Mondragone dell'università di Roma Tor Vergata saranno descritti i risultati preliminari della sperimentazione, e sarà presentato il Business Plan che per l'Italia si baserà sulla piattaforma tecnologica "Telecare ". Al convegno (dalle ore 8.00 alle 17.00) parteciperanno Enrico Bollero, direttore generale del policlinico universitario di Tor Vergata; Filippo Palumbo, direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute; Augusto Battaglia, assessore alla Sanità della Regione Lazio; Yves Masson, presidente Axa Assistance; Gualtiero Ricciardi, università Cattolica di Roma; i responsabili dei progetti di Francia, Belgio, Polonia e Italia; una rappresentanza della Commissione europea-Programma 'e-Ten'. "L'aspetto più rilevante e innovativo del progetto, che ha coinvolto pazienti oncologici in trattamento presso il Day hospital oncologico - spiegano gli organizzatori - è stato il trasferimento della continuità di cura dall'ospedale al domicilio del paziente. La continuità assistenziale è stata resa possibile dall'impiego di un avanzato modello organizzativo e della piattaforma tecnologica "Telecare" di Elsag (società del gruppo Finmeccanica) che, mediante opportune apparecchiature (videofonia, webcamera e linea Adsl) installate presso il domicilio del paziente, ne ha permesso l'assistenza a distanza. Al paziente è stato offerto collegamento audio e video continuo, mediato da una centrale operativa, con le varie figure professionali coinvolte, creando una rete assistenziale attorno al paziente".
 
Da DoctorNews 
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